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Correva l'anno 1970. Il mese di dicembre era iniziato un po' grigio ed instabile ma poi erano arrivate alcune belle giornate di sole per venti di Tramontana. Di notte faceva un freddo con brinate ma di giorno si stava bene. E non successe un granché sino al 20 dicembre. Ma l'alta pressione, che il nostro buon Bernacca disegnava nelle sue cartine fra la Francia ed il Nord Italia, cominciò a spostarsi un po' più ad Ovest e ad andare verso Nord, puntando le Isole Britanniche.
Il giorno 22 iniziò ad affluire aria da settentrionale con un primo calo termico in un contesto di tempo stabile. Il 23 era l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, il giorno della recita tutti insieme con i nostri genitori a guardarci...tanta emozione ma anche tanta paura per vincere la timidezza. Ma era andata bene e prima di mezzogiorno tutti a casa! Il cielo si andava annuvolando e l'aria era fredda. Prima di sera iniziò a piovere e a nevicare a quote sempre più basse, specialmente nella notte sul 24, quando la neve cadde sin quasi a fondovalle in Lunigiana. Dico quasi perché non ho il ricordo di paesaggio bianco la mattina della Vigilia; ricordo solo un vento gelido che sferzava i nostri volti imbacuccati.
Il giorno di Natale, dopo la classica lettura della letterina di Natale nascosta sotto il piatto del mio babbo all'ora di pranzo (anche lì che fatica...con il volto che diventava rosso per la timidezza...), con mia sorella, il mio babbo e la mia mamma, salimmo sulla mitica Fiat 500 grigia e partimmo per una scorrazzata fra i monti della Lunigiana prima di andare a trovare una mia zia a Corlaga di Bagnone. Ricordo che il cielo era ''integato'' così lo definiva il mio nonno (a posteriori dico che il cielo era densamente velato per cirri e cirrostrati) e l'aria ''l'er cruda...da neva'' (sempre parole del mio nonno). Ricordo canali ghiacciati sulle colline sopra Bagnone con lunghe stalattiti di ghiaccio delle forme più svariate, alcune sembravano statue. A Corlaga c'era un bello strato di neve. Da mia zia io e mia sorella bevemmo un thè caldo...ma forse i grandi si erano fatti un bollente ponce al mandarino...ricordo infatti una roba rossa arancione fumante. La sera a casa mio nonno sentenziò: ''adma a ven la neva...ma aspettan cusa dis Bernacca” (tradotto: domani vien la neve ma aspettiamo cosa dice Bernacca). Ma Bernacca non ci diede molta soddisfazione: la scritta che aveva messo sulle nostre zone era VARIABILE. Io mi fidavo ciecamente del mio nonno, ma Bernacca era sempre Bernacca!
La mattina di Santo Stefano mi svegliai che era ancora buio e la prima cosa che feci era ascoltare i rumori fuori...e mi sembrava che ci fosse un gran silenzio, più del solito. I miei genitori erano giù scesi nella stalla e anzi stavano rientrando in casa dopo aver munto le mucche. Mia mamma mi trovò sveglio e mi disse subito: ''Mauro a ‘ghe la neva!''. Verso le 10 del mattino era smesso, ma almeno una decina di centimetri erano già caduti. Il cielo era bianco come il suolo ammantato, non c'era vento e non sembrava neanche freddo.  Non nevicò più fino al primo pomeriggio, poi ricominciò, prima piano, poi sempre più forte. Al calar del buio arrivò anche la Tramontana e la sera ricordo una bufera forte con il vento che ululava e ogni tanto alcuni lampi: un temporale di neve.
La mattina del 27 l'altezza della neve era attorno al mezzo metro a Villafranca; ricordo di un profondo sentiero che mio nonno aveva fatto con la pala nell'aia per riuscire ad arrivare al pollaio.
Una delle più belle nevicate che io abbia vissuto da piccolo, anche perché era venuta proprio nel periodo di Natale! Questo episodio è stato da me vissuto a Villafranca. Vediamo un po' ora cosa ci racconta Roberto che abitava una decina di chilometri più a Sud-Est, a Ripa di Aulla:

Il 25 dicembre 1970, Natale, è una giornata serena, poi nel pomeriggio cirri coprono il cielo non disturbando più di tanto il sole che nonostante tutto predomina sulle nubi. Pranzo di Natale con i parenti e poi, finito di mangiare tanto per digerire mi metto da solo sotto casa a dar calci ad una vecchia palla bucata sognando di essere in chissà quale stadio disputando un’emozionante finale di Coppa dei Campioni, facendo insomma il sogno fantastico e ricorrente di tutti i ragazzini di quella età privi della tecnologia che oggi sembra voler distruggere la fantasia.
Sarà per il movimento, non mi sembra una giornata fredda e nemmeno ventosa e non ho voluto per questa occasione consultare gli archivi delle carte di allora per conservare solo la memoria e le mie sensazioni più pure.
Chiaramente non ho la televisione, in quegli anni non tutte le famiglie potevano permettersela e non sembrava ancora un elettrodomestico così indispensabile, probabilmente la malattia della videodipendenza era ancora lungi da arrivare. Quindi non ho potuto seguire la sera la beneamata trasmissione “Che tempo fa” che vedevo saltuariamente dai vicini e quindi disinformazione più assoluta di quello che stava per succedere in Lunigiana.
Passa la notte tranquilla e nemmeno mi sogno di andare a vedere cosa succede come già allora facevo spesso quando la situazione poteva prevedere una nevicata imminente. Il mattino, in maniera euforica e di grande sorpresa anche per lui mi sveglia, mio padre mi dice in dialetto come si usava allora: “Guard  ‘n po’ cos’la ghe’ fora?” (guarda un po’ cosa c’è fuori?). Capisco al volo anche perché’ la neve della mia infanzia ha il colore bianco che traspare dalle imposte a persiane delle finestre che non si potevano chiudere totalmente e il dolce rumore (suono) delle macchine che passano nella vicina strada statale con il caratteristico rumore delle gomme con catene montate e motori “imballati” da marce basse. Mi alzo incredulo e vado alla finestra e davanti ai miei occhi appare un mondo da fiaba. Prima il cielo grigio in un tutt’uno con la terra e la scarsa visibilità a causa della forte precipitazione nevosa in corso, poi i bianchi ricami della neve sui filari di vigna e sulla rete del recinto che delimita il vigneto sotto la finestra della camera in un’apoteosi artistica che nemmeno il miglior Maestro dell’arte di Burano avrebbe potuto comporre. Continua la neve ma poi attorno alle 10 del mattino smette, si aprono squarci di cielo azzurro, arriva qualche rovescio di neve tonda ma il cielo promette ulteriori sviluppi.  Alle 13 di questo giorno di Santo Stefano, ci riuniamo ancora in famiglia, abbiamo ancora molto cibo del giorno avanti ma è un giorno informale, pranzo aperto anche agli amici. Apprezzo la bellezza di due giovani ragazze amiche di mio cugino che ha portato a mangiare da noi, ricordo ancora i loro cappelli a larghe tese che conferivano loro un aspetto da sbarazzine ma nello stesso tempo davano loro uno charme invidiabile. Ci sono altri due miei cugini e la zia. Tutti a pranzo e alle 13 inizia una violenta fioccata di neve che dura circa un’ora, poi la pioggia ha il sopravvento e allora cugini e ragazze decidono di fare un passo a Terrarossa in balera (la discoteca non era ancora contemplata in quel posto nel periodo di cui vi parlo) e io, essendo ancora molto giovane, con grande disappunto rimango a casa sconsolato a contemplare la pioggia. Attorno alle 17 si sta facendo notte, piove intensamente, accompagno la mamma alla stalla ad accudire il bestiame. Ci sono 150 metri da percorrere a piedi lungo la Statale per arrivare dove ci sono gli animali e tra i fari delle macchine che passano mi accorgo che non è tutta pioggia quella che viene, si intravvedono fiocchetti e mi si riapre un po’ il cuore. Mentre siamo alla stalla si alza un forte vento puro da Nord (lo ricordo bene era un Nord e non un Nord-Est e questo da noi significa neve sulla Cisa); ora qualche fiocco si intravvede anche senza il bisogno dei fari degli autoveicoli. Rientriamo a casa, sono in fibrillazione, i fari degli autoveicoli fanno vedere sempre più fiocchi di neve e meno pioggia. In casa sento il dolce suono delle grondaie che gocciolano sempre meno e questo significa che la pioggia si sta trasformando sempre più in neve. Arrivano trafelati di ritorno i cugini dalla balera e “prelevano” la zia, loro mamma, quasi di forza spaventati dall’intensità della precipitazione, molto bagnata ma che spettacolo le larghe falde che turbinano tutte intorno.
Mi ci perdo in mezzo a quel turbine, spalanco la bocca per ingoiare i fiocchi in una sorta di simbiosi con quello che sta venendo dal cielo, sono felice! É stato un gran giorno, come spesso accade nella mia zona, vissuto sul filo di lana e sempre in bilico per quello che può essere e quello che non può essere, tra quello che è stato e quello che ci poteva stare, come vivere una finale del vostro sport preferito.
A tarda sera le precipitazioni finiscono, quasi una ventina di centimetri di coltre bianca rimangono al suolo. Potevano essere molti di più se la pioggia non avesse rovinato il pomeriggio. Penso che tutto sommato sia stato ancor più bello così, come nel rinomato stadio della palla bucata che vi ho raccontato all’inizio, è stata comunque una Grande Partita.
Dai nostri racconti si deduce come la nevicata del giorno di Santo Stefano 1970 sia stata la tipica nevicata Ligure- Lunigianese caratterizzata da due fasi. La prima nevicata notturna e del primo mattino da “cuscinetto freddo”, provocata cioè da un primo scorrimento di aria umida che precedeva la perturbazione in arrivo dal Mediterraneo occidentale; poi la nevicata del pomeriggio/sera, da subito neve sulla parte Nord della Lunigiana, dal comune di Villafranca in su, mista invece a Sud, ma diventata progressivamente neve con l'attivazione della “Tramontana Scura” sino alla tormenta serale. Da segnalare che anche Genova e gran parte della Liguria furono colpite dalla “furia bianca”.


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